VINCENZO MUCCIOLI, IL “PROCESSO DELLE CATENE” E IL CONSENSO DELL’AVENTE DIRITTO.


06 Jan
06Jan

Nel “Processo delle Catene”, Vincenzo Muccioli veniva condannato in primo grado dal Tribunale di Rimini  per sequestro di persona e maltrattamenti, ossia per aver incatenato alcuni tossicodipendenti della comunità di San Patrignano, con il fine di aiutarli a superare le crisi di astinenza legate al consumo di droga attraverso cure a cui gli stessi tossicodipendenti avevano liberamente scelto di sottoporsi. 

Per il Tribunale, seppur i giovani entrassero nella comunità prestando il consenso ad essere trattenuti con fini “terapeutici”, tale consenso poteva comunque essere revocato in ogni momento e anche nel corso di una crisi di astinenza. 

Nel giudizio di secondo grado, la Corte d’Appello di Bologna, assolvendo Muccioli, riteneva invece  che i reati commessi nei confronti dei giovani tossicodipendenti della comunità fossero scriminati dal loro consenso anticipatamente prestato e che rimaneva valido anche nel corso di una crisi di astinenza da sostanze stupefacenti. 

In altre parole, il tossicodipendente, nel momento un cui decideva di entrare in comunità aveva anticipatamente prestato il consenso e quindi acconsentito all’eventuale privazione della propria libertà personale anche per il momento successivo e dove la volontà di abbandonare la comunità sarebbe stata determinata solo dagli effetti della privazione della droga. 

La scriminante del consenso dell'avente diritto è disciplinata nel nostro ordinamento dall’art. 50 del codice penale e prevede che: “Non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto col consenso della persona che può validamente disporne”. 

Affinché sussista la scriminate prevista dall’art. 50 del codice penale devono ricorrere tre condizioni: 

- il consenso deve avere ad oggetto un diritto disponibile; 

- il consenso deve essere validamente prestato dal titolare; 

- il consenso deve sussistere al momento del fatto. 

Nel “Processo delle Catene” i tossicodipendenti avevano anticipatamente prestato il proprio consenso alla eventuale privazione della libertà personale e lo avevano revocato durante la crisi di astinenza e in un momento in cui non erano in grado di autodeterminarsi. 

Tuttavia il consenso prestato dal tossicodipendente all’entrata in comunità implicava il consenso ad essere trattenuto anche durante il periodo di astinenza, proprio per raggiungere e perseguire il risultato della disintossicazione. 

La validità del consenso permaneva anche durante la crisi, momento in cui il tossicodipendente non aveva un grado di volontà sufficiente a perseguire le cure precedentemente scelte.

15Sep
15Sep
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